La scelta scolastica

L'indirizzo scolastico dopo le scuole elementari

Il momento della decisione di un percorso di studio è sempre complesso.
I ragazzi oltre che viverla come una opportunità per impegnarsi e sviluppare certe competenze, spesso si concentrano sulla necessità di dimostrare che sono bravi e da qui emerge la paura di fare qualcosa che non potrebbe soddisfare.
Sicuramente con questi presupposti è inevitabile la crisi perché nessuno può essere sicuro che quella scelta sia portatrice di successo.
Se poi si punta solo a volersi formare per un lavoro che porterà i soldi, con i tempi che corrono si rischia di rimanere delusi.
E’ importante allora riflettere sul fatto che un interesse sbagliato può procurare malessere e insicurezza.
Lo studio è una grande risorsa, ma può trasformarsi in un elemento discriminante e limitante se vissuto come ambito in cui misurare il proprio valore.
I risultati buoni sono gratificanti, ma vanno vissuti come conseguenza di un impegno, quello legato alla voglia di crescere e aumentare il sapere, non voti da mostrare e “collezionare” .

Ci sono vari tipi di studenti

Parlando di giovani che si apprestano a scegliere l’indirizzo scolastico mi vengono in mente varie tipologie di studenti:
1. ci sono ragazzi che studiano per il voto;
2. ci sono quelli che per ribellione non provano neppure ad avvicinarsi ai libri, ma si rifiutano di leggere, imparare,di soffermarsi sulle cose. La scuola è vista come una costrizione alla libertà di non fare niente.
3. Altri hanno delle difficoltà oggettive; provano a studiare, ma non essendo abili si reputano inferiori. Valutandosi in modo negativo, temono il quotidiano e si deprimono.
4. Quelli più perspicaci e sereni sono contenti di apprendere nuove cose e amano essere preparati e se qualcosa va male si dispiacciono senza disperazione. Prendono la situazione come spunto per fare meglio.

Solo in quest’ultima categoria si inseriscono quei giovani che hanno una buona stima.
Vostro figlio a quale categoria appartiene?
E voi che studenti siete stati?

Per capire bene le dinamiche che stanno dietro a tutti questi atteggiamenti è bene calarsi nei panni dei giovani e ricordarsi che le emozioni in questo periodo sono forti (proprio come è successo a noi).
I genitori fanno bene a fare attenzione a cosa succede, ma sarebbe meglio non commettere l’errore di riparare ai propri sbagli scegliendo al posto dei loro ragazzi. Meglio usare la propria esperienza, per raccontare e avvicinarsi all’intimità del figlio, accettando le proprie scelte.

Il genitore si mette nei panni del figlio
E’ bello fare un esercizio di scambio di ruoli per vivere meglio la situazione.
Si scelgono due persone e gli si fa recitare, in due scenette, la parte di osservatore e osservato, durante un litigio tra un genitore ed il figlio (l’adulto impone un suo modo di vedere, senza dare spiegazioni e il ragazzo prova a farsi capire, ma viene attaccato).
Dopo averli fatti immedesimare si mette in luce che le convinzioni guidano il modo di narrare i propri vissuti e che l’ascolto è influenzato da modelli di interpretazione dei fenomeni. Ma se emerge la rigidità, non si può accogliere il modo di pensare diverso.

Che cosa rende agitato e nervoso il genitore? NON POTER GESTIRE E CONTROLLARE IL FIGLIO.
Che cosa teme il ragazzo? DI NON POTER DECIDERE PER CONTO SUO

Per entrambi occorre avere rispetto dell’altrui posizione e venirsi incontro. Il genitore può indicare suggerire, ma non imporre e il figlio deve tener conto che non tutti i suoi desideri possono realizzarsi, bensì occorre valutare l’azione, il fine e le conseguenze.

La voglia di studiare è legata a voler fare meglio
Ma come un ragazzo arriva a riconoscere i propri limiti e vivere la scuola come il luogo dove poter colmare le proprie lacune? E’ fondamentale che sia in grado di fare un bilancio periodico delle proprie competenze al fine di far emergere quelle risorse utili a correggere quelle aree in cui il è meno abile.
Se ad esempio in italiano non ci sono problemi e la matematica invece dovesse risultare difficile, si individua cosa crea ostilità e si sfrutta la voglia di leggere ripetere, scrivere per arrivare poi ai concetti di numero e calcolo in modo che risultino meno strani.
Varie sono le modalità per fare ciò, occorre fantasia e pazienza, ma se ci si propone da guida, non si può pesare di aiutare facendo sentire l’altro inferiore, o incapace, solo perché alcuni termini gli sono poco chiari.
Evitiamo: Possibile che non capisci? Lo sanno tutti quanto fa cinque più cinque!! “. E’ più efficace una discussione del tipo: “certo non sempre alcuni argomenti si comprendono al volo; basta trovare quell’aspetto che si avvicina alla tua realtà e tutto sembrerà meno lontano e astratto. Ad esempio: “prova a mettere vicini alcuni oggetti che abbiamo qui nel tuo astuccio e poi proviamo a contare…”
E’ chiaro che l’indicazione è banalizzata, ma serve per far capire che un ragionamento più lento e volto ad avvicinarsi ai ragazzi, ha come risultato che loro non si sentono accusati e si sforzano così di capire quello che prima gli appariva noioso.

E pian piano imparano a decollare e a volare per conto proprio.

Come aiutare a far emergere il meglio di sè ai giovani?
Agli educatori e ai genitori va suggerito di non soffermarsi sulle materie dove ci sono problemi, colpevolizzando gli scolari per averle trascurate o per non essersi impegnati, ma di incentivare il miglioramento soffermandosi su quei settori in cui c’è maggior facilità di apprendimento.
Se il rendimento è basso le ragioni vanno rintracciate nelle difficoltà a concentrarsi e a studiare di più certi argomenti, tuttavia i ragazzi si potrebbero demoralizzare se gli viene sottolineato che non hanno saputo fare.
Meglio è invece interessarli a materie specifiche e accostarli a quelle per loro ostiche gradualmente, con semplificazioni e valorizzando la loro bravura altrove.
E se qualcuno va male in tutto o c’è il rifiuto di imparare?
In quel caso vanno rintracciate le ragioni e i pensieri che spingono ad allontanarsi dal mondo scolastico. Spesso si scopre che c’è la paura di sbagliare o di fare male.

Ma se non si prova come si può fare bene? Un circolo vizioso che blocca e impedisce di usare l’apprendimento per perfezionarsi, in tutto.
 

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